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Diritto all’identità personale nei minori: come tutelarlo davvero anche nell’ambiente digitale

📅 29 Agosto 2026✍️ di Edoardo Lampronti⏱️ 4 min di lettura

L’identità personale di un bambino è qualcosa di fragile e prezioso. Negli ultimi anni, lavorando nel mio doposcuola a Torino, mi è capitato sempre più spesso di confrontarmi con genitori preoccupati per la presenza del nome completo di loro figlio su piattaforme digitali, foto caricate senza consenso, o profili creati da familiari ben intenzionati ma poco consapevoli. Non è paranoia, è consapevolezza crescente di un rischio reale.

Il diritto all’identità nel contesto digitale

Quando parliamo di diritto all’identità dei minori, parliamo di qualcosa di fondamentale. Ogni bambino ha diritto a un nome, a una nazionalità, a una storia personale che gli appartiene. Nel nostro ordinamento, questo è garantito dal Diritto del minore e dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia. Ma qui arriviamo al punto critico: come si tutela questo diritto quando l’ambiente in cui il bambino cresce è sempre più digitale?

Internet non dimentica nulla. Una foto pubblicata oggi, un commento fatto a undici anni su un social, possono diventare parte della storia digitale permanente di una persona. I minori non hanno la possibilità di consentire consapevolmente a questa esposizione, eppure sono loro i più vulnerabili.

Mi è capitato di recente di parlare con una ragazza di tredici anni che aveva scoperto su Google migliaia di foto proprie, caricate dalla madre negli anni, con tanto di geolocalizzazione. Si sentiva esposta, violata. Non sapeva dove iniziare a tutelarsi. Era una situazione che l’aveva lasciata senza controllo sulla sua stessa narrazione personale.

Sharenting: quando l’amore diventa rischio

Il fenomeno del “sharenting” – la condivisione esagerata di momenti della vita dei figli sui social – è diventato norma. I genitori condividono con entusiasmo le tappe della crescita: prime parole, primi giorni di scuola, risultati scolastici, persino momenti imbarazzanti. L’intenzione è sempre amorevole, ma gli effetti possono essere gravi.

Innanzitutto, c’è il rischio concreto di furto di identità. I dati biometrici, le informazioni personali, gli schemi comportamentali tracciati attraverso foto e video, possono essere utilizzati malevolmente da chi sa come fare. Ma oltre questo, c’è qualcosa di più sottile: il bambino cresce senza aver mai deciso cosa fosse pubblico e cosa privato della sua vita.

Nel mio doposcuola, abbiamo iniziato un progetto con alcuni genitori. Chiedo loro: “Se il vostro figlio vi chiedesse di non pubblicare più foto sua, vi ubbidireste?” Molti rispondono di sì, convinti. Poi aggiungo: “E vi è già capitato di pubblicare qualcosa senza chiedergli il permesso?” Il silenzio è eloquente. Nessuno vuole ammettere di aver violato la privacy del proprio figlio, ma succede continuamente, per noncuranza.

Come tutelarlo concretamente nel digitale

La soluzione non è bandire Internet o la fotografia. È restituire ai bambini il controllo su come vengono rappresentati. Ecco cosa funziona davvero:

Stabilire regole famiglia consensuali. Non imporre, ma discutere. Chiedere ai vostri figli: quali informazioni volete che rimangano private? A quale età cominciare a condividere contenuti? Documento consigliato è il “Patto famigliare per il digitale”, che molti genitori dei miei alunni hanno adottato con successo.

Immagini e dati: meno è meglio. Quando pubblicate foto di vostro figlio, eliminate i metadati che contengono luogo e ora di scatto. Su iPhone e Android esistono impostazioni specifiche. Non usate nomi completi nelle didascalie. Evitate di pubblicare immagini che mostrano il viso del minore in situazioni vulnerabili.

Verificare le impostazioni di privacy. Se vostro figlio ha un profilo sociale (cosa che dovrebbe accadere il più tardi possibile), assicuratevi che sia privato, che gli algoritmi non raccolgano dati comportamentali eccessivi, che i contatti siano solo persone conosciute offline.

Un errore frequente che vedo è la falsa sicurezza data da un profilo “privato”. La privacy è un concetto complesso nel digitale. Anche con profilo privato, l’azienda proprietaria della piattaforma accede ai dati di vostro figlio. Un’altra cosa importante: insegnate ai bambini stessi a proteggere la loro identità. Non è una questione che riguarda solo gli adulti.

L’educazione come strumento di tutela

Nel mio doposcuola abbiamo inserito un modulo di educazione alla cittadinanza digitale specificamente dedicato a questo. I bambini imparano cos’è l’impronta digitale, come viene tracciata, quali sono i rischi. Ma soprattutto, scoprono che hanno diritto a decidere come il mondo li vede.

Un’attività che funziona è chiedere ai ragazzi: “Quante volte voi genitori vi hanno chiesto il permesso prima di postare una vostra foto?” Nessuno alza la mano. Poi: “Come vi fa sentire?” Molti confessano un disagio che non avevano mai verbalizzato prima.

La tutela dell’identità dei minori nel digitale non è una questione generica di diritto. È concreta, quotidiana, e coinvolge scelte che fate ogni giorno. Non è necessario essere legali o esperti di tecnologia per proteggere vostro figlio. Basta consapevolezza e una semplice domanda prima di condividere: mio figlio vorrebbe che il mondo vedesse questo?

La risposta spesso è no. E allora non si pubblica. È così semplice, e così difficile.

Edoardo Lampronti

Edoardo Lampronti ha vissuto l’infanzia in una famiglia numerosa e multiculturale nei dintorni di Torino. Ha ideato percorsi formativi per favorire il dialogo tra minori di diversa provenienza e coordina un doposcuola dedicato all’educazione alla cittadinanza attiva e ai diritti nei quartieri popolari.