Vanna Iori

Le relazioni di cura nella medicina territoriale

Le relazioni di cura nella medicina territoriale
03/02/2022 | Categorie: Anziani, Huffington Post, Media Press, Welfare


La medicina territoriale è un investimento centrale nel Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Servirà nei prossimi mesi, più che mai, visione e concretezza. Risorse e innovazione strumentale, ma anche investimenti sul capitale umano, sulla medicina di prossimità. I 7 miliardi del piano, destinati proprio alla medicina territoriale, e circa gli 8 miliardi destinati a quella ospedaliera saranno davvero sufficienti a coprire le nuove necessità che la pandemia ci ha messo di fronte? O sarà necessario dare vita a una rivoluzione culturale alla base della relazione di cura? Io credo che percorrere questa strada sarà indispensabile per dare senso ai processi di innovazone e di accompagnamento.

Oggi più che mai, per poter aiutare gli altri nelle situazioni della vita ferita occorre coltivare l’arte del sentire, ma questo è un compito faticoso nell’immediato, che non produce effetti e risultati sicuri; anzi, una malintesa disponibilità rischia di tradursi in inutile emorragia di energie. Nell’attuale contesto della relazione di cura, radicalmente trasformato dall’epidemia di Covid, la fatica della cura può diventare sostenibile per entrambi i soggetti della relazione quando il pensare l’esperienza assume la forma di una pratica condivisa con altri; la fatica si fa invece insostenibile quando le difficoltà e le sofferenze si sedimentano nell’anima senza che vi siano occasioni e tempo di ri-pensare con gli altri la nostra esperienza, condividerne il peso e le gratificazioni.

Per questo il lavoro di cura è reso più faticoso dall’isolamento nel quale gli operatori si trovano generalmente a vivere la loro dimensione personale/professionale. La cancellazione di pensieri e comportamenti che esprimono le emozioni e i sentimenti nei luoghi delle professioni di cura ha prodotto spesso una frattura tra i modi relazionali e i protocolli dei servizi. I mondi delle istituzioni diventano uno spazio-tempo amministrato secondo regole standardizzate hanno assunto il potere di controllo e decisione sulla base di una ragion clinica, sorda ai linguaggi delle relazioni. Se l’autoreferenzialità delle istituzioni segue cioè logiche interne e funzionali al servizio, e talvolta neppure a questo, non possiamo pensare di trasformare la nostra sanità. Un punto cruciale nella medicina territoriale è infatti l’abbandono dell’ottica esclusivamente organizzativa, amministrativa, economicista e gestionale dei processi.

Attenersi a uno stile relazionale formale e distaccato nei servizi produce negli operatori la faticosa esperienza di dovere sostenere, nelle attività di cura, relazioni che hanno una profonda risonanza sulla vita interiore, senza essere provvisti di strumenti per considerare la presenza e il ruolo della vita emotiva nella loro dimensione professionale e soprattutto senza sentirsi legittimati a manifestare emozioni e sentimenti. Questa continua azione di autocontrollo e autocensura conduce a lungo andare ad un logoramento emotivo che, per il fatto di non avere luoghi di “decantazione”, diventa insostenibile. Qui si manifestano i sintomi del burn out. È per queste ragioni che, nella nuova sanità disegnata nel mondo post Covid, sarà necessario offrire agli operatori luoghi in cui rendere condivisibile il loro sapere che viene dall’esperienza vissuta densa di umanità. Perché le avremmo chiamate “Case di Comunità” se poi di comunitario non c’è nulla?

Le occasioni di formazione su questi aspetti saranno decisivi e si baseranno sulla consapevolezza che la cura della vita emotiva degli operatori risponde alla necessità (ampiamente disattesa) di includere il sapere dei sentimenti nel sapere accreditato della tecnica. Il curare non disgiunto dall’aver cura (To Care e To cure). Entrambi i versanti sono strumenti professionali. Il modello di professionalità neutra e impersonale è per lo più adottato dagli operatori stessi che considerano “scientifico” soltanto il prodotto dei paradigmi cartesiani. Ma l’operatore che ha cura dei suoi sentimenti può diventare capace di trasformarli in sguardi sull’esperienza capaci di lasciar emergere quell’intelligenza del cuore che – le neuroscienze ce lo insegnano- è apertura all’imprevedibile, al possibile, al turbamento, anche al fallimento. Qui si esprime una professionalità sanitaria scientificamente affidabile che scaturisce dall’esercizio e dalla conoscenza di sè in situazione, piuttosto che dall’affidarsi unicamente agli armamentari di competenze e strumenti tecnici.

La medicina di comunità ha bisogno di operatori capaci di lavoro di cura come investimento pluridimensionale, cognitivo ed emotivo, etico e politico. Se non sapremo affrontare questa sfida culturale non riusciremo a realizzare l’obiettivo di trasformare i nostri servizi medico-assistenziali in un’ottica di maggiore attenzione ai bisogni del paziente inteso non come oggetto di cura ma come persona.




Vanna Iori

Docente universitaria e Senatrice del Partito Democratico

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