Vanna Iori

Il Ministero della Famiglia non può che essere plurale

Il Ministero della Famiglia non può che essere plurale
03/08/2018 | Categorie: Huffington Post, Media Press


Le profonde trasformazioni sociali hanno modificato la fisionomia familiare. Oggi esistono tante famiglie diverse che sono costantemente aumentate negli ultimi 30 anni. Ci sono genitori separati, alcuni “a distanza”, altri acquisiti in successive unioni, genitori adottivi, single, affidatari, immigrati, coppie miste. Nel nostro linguaggio abbiamo infatti eliminato i termini “patrigno” o “matrigna, “fratellastri” o “sorellastre” che ci rimandano più alle fiabe che alla vita reale.

Ebbene, nel Decreto sul riordino dei ministeri che è stato licenziato dal Senato e aspetta il via libera definitivo della Camera per diventare legge, si utilizza il termine “famiglia” e non “famiglie” per descrivere il nuovo ministero. Non si tiene conto tout court delle forti trasformazioni intervenute che hanno decisamente modificato la struttura, il ruolo, la fisonomia dei nuclei familiari.

Oggi ci troviamo di fronte a una costellazione di famiglie. Quindi, non possiamo più parlarne al singolare. E non si tratta solo di una questione grammaticale. Ma di una questione di civiltà e capacità di recepire e rispondere ai cambiamenti culturali in atto.

Sul piano relazionale l’unica cosa importante in questa pluralità è il diritto dei bambini alla cura educativa e alla serenità e cioè la capacità dei genitori di garantire una crescita equilibrata e stabile. Tutte le famiglie, dunque, hanno il dovere di assumersi la responsabilità nei confronti dei figli che hanno messo al mondo o accolto e le istituzioni hanno il dovere di tutelarle.

Per la varietà dei vincoli familiari, lo stesso regolamento anagrafico e quello censuario del ’91, oltre ai dati dell’Istat, hanno adottato la scelta di definire “famiglie” i nuclei di soggetti legati da “matrimonio, parentela, affinità, tutela o vincoli affettivi coabitanti abitualmente”.

Proprio perché siamo di fronte a vincoli sempre più complessi e differenziati, a forme di convivenze nuove, diverse da quelle tradizionali, in cui i ruoli paterno e materno si stanno ridefinendo ed anche i rapporti tra le generazioni ( i ruoli dei nonni) e tra i generi stanno subendo trasformazioni radicali. Perché solo la politica non è capace di cogliere e accettare queste profonde trasformazioni, dando le risposte necessarie trasversalmente alle forme di famiglia?

Ritengo ingiusto che per ragioni ideologiche si permetta ancora oggi che i nuclei familiari di nuova tipologia siano costretti a vivere in una dimensione di incertezza identitaria dovuta all’assenza di modelli precedenti a cui riferirsi ed in cui trovare esperienze di confronto e di identificazione.

Credo, quindi, che continuare a parlare di famiglia al singolare sia lesivo della pluralità, sia inopportuno rispetto al nostro tempo e sia anche discriminante nei confronti di quei bambini che si trovano all’interno di queste famiglie diverse, soprattutto perché lo stesso Ministro Fontana che ha affermato che “non si possono riconoscere i figli di coppie dello stesso sesso”.

Ci piaccia o meno, questi bambini non hanno scelto in quale famiglia nascere, quindi hanno diritto a essere destinatari di cura, di attenzione educativa da parte dei loro genitori in qualsiasi contesto.

Questa è un’epoca buia per i diritti civili che vengono messi in concorrenza con quelli sociali come se gli uni insieme agli altri non potessero esistere. Si afferma la necessità di pensare ai più fragili ma solo a una parte di loro viene riconosciuta. I diritti dell’infanzia vanno garantiti. Sempre. Anche la Dichiarazione Onu dei diritti dei bambini (1959) lo afferma. Il Ministro della Famiglia pare non essersene accorto.

 

Il mio articolo per HP




Vanna Iori

Docente universitaria e Senatrice del Partito Democratico

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