Vanna Iori

Spezzare il silenzio. Dare voce alle vittime di abusi

Spezzare il silenzio. Dare voce alle vittime di abusi
05/05/2018 | Categorie: Infanzia, Media Press, Minori, Pedofilia


Oggi si celebra la Giornata mondiale contro la pedofilia e la pedopornografia, una delle più grandi vergogne dell’essere umano, una drammatica piaga sociale e un fenomeno distruttivo della dignità umana. E’, dunque, indispensabile continuare a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, lavorare per prevenire e favorire le condizioni individuali, familiari e sociali che proteggano i bambini e i ragazzi dagli abusi sessuali, ostacolando il verificarsi di episodi che possono provocare drammatici traumi e difficoltà nella crescita. Parliamo di un dramma che assume caratteristiche diverse e che, per questo, va affrontato da punti di vista differenti e mettendo in campo strumenti che siano davvero efficaci non limitati alla repressione, che pure deve esserci senza sconti. E’del tutto evidente, infatti, che il tema degli abusi sui minori sia complesso e articolato e richiami elementi eterogenei: contesto socioculturale in cui avviene la violenza, ruolo educativo dei genitori e delle istituzioni, soprattutto della scuola e delle associazioni.

Sono passati quasi trent’anni dalla Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia e oltre dieci anni dalla convenzione di Lanzarote del 2007, primo strumento giuridico internazionale, vincolante per i paesi firmatari, per la protezione dall’abuso, dallo sfruttamento sessuale minorile, dalla pedofilia e dalla pedopornografia. Eppure il problema ha ancora dimensione macroscopiche: un dramma silenzioso che continua a diffondersi, ancora in gran parte sconosciuto nelle sue molteplici manifestazioni, certamente presente in tutti i contesti, trasversalmente alle classi sociali, all’età, alla cultura. In questo senso, le diverse forme di maltrattamento coinvolgono interventi legislativi e politici, sociali e culturali che agiscono in modo interdipendente tra loro. Perciò è importante che se ne parli in contesti interdisciplinari.

Bisogna partire dalla famiglia, poiché lì avviene la percentuale maggiore di abusi, dalla scuola, ma anche dallo sport, dalla parrocchia, dai centri di accoglienza e in generale tutte le realtà di aggregazione sociale infantile e giovanile, devono rappresentare ambienti sicuri e protetti per i bambini. Serve perciò uno sforzo collettivo, dalla società civile alle istituzioni, per prevenire, contrastare e spezzare l’omertà attraverso l’assunzione di una responsabilità sociale diffusa che significa, prima di tutto, non voltarsi dall’altra parte. Ma per farlo serve una rete di servizi aperta e strutturata sul territorio che consenta a di creare una rete di sostegno larga e permetta, a chi riconosce i segnali, di trovare ascolto e strumenti utili per agire. Responsabilità sociale e rete di servizi sono elementi che devono necessariamente integrarsi per essere realmente efficaci.
Ma si parte da una parola d’ordine che è “ascolto”. Questo forse è lo strumento più importante per squarciare il velo che copre gli abusi sui minori. L’ascolto è un’azione solo in apparenza facile, in realtà non è affatto scontata. E, tuttavia, è l’elemento determinante quando bisogna apprendere quelle parole che fanno fatica a essere pronunciate perché coperte da vergogna. La maggior parte degli abusi non vengono mai denunciati. Perché riguardano adulti nei quali i bambini ripongono fiducia, abbassando così le difese e trovandosi in condizione di maggiore “fragilità” affettiva. E anche per questo tacciono, per paura, o per vergogna di colpe non loro. Sentimenti che non trovano parole per essere detti. Lavoriamo sull’ascolto, creando le condizioni perché esso possa realmente essere agito.
E proprio i sentimenti devono trovare terreno fertile di trasmissione e di conoscenza. Devono essere riconosciuti e valorizzati. Bisogna partire dalla scuola, educando alle emozioni e ai sentimenti: l’amore, il dolore, la gioia, la disperazione, la vergogna e l’inadeguatezza. Serve insegnare ai ragazzi ad avere rispetto della propria vita emotiva, a riconoscerla e accettarla. Prima i ragazzi riusciranno a compiere questo percorso verso sé stessi, più rapidamente saranno in grado di dialogare con gli altri.
Umberto Galimberti, rispondendo ad una lettera di una docente sull’utilità dell’educazione ai sentimenti, cita Aristotele: “A cosa serve la filosofia?” egli rispose:” A nulla perchè la filosofia non è una serva”. E così è per l’educazione ai sentimenti che apparentemente non “servono” ma proprio per questo sono indispensabili.




Vanna Iori

Docente universitaria e Senatrice del Partito Democratico

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