Vanna Iori

Su Dire: “Bagheria. Uccidere e distruggere i figli per ‘onore’, in nome della mafia”

Su Dire: “Bagheria. Uccidere e distruggere i figli per ‘onore’, in nome della mafia”
04/11/2017 | Categorie: Dire, Famiglia, Femminicidio, Legalità, Media Press


Il mio articolo di oggi, sabato 4 novembre 2017, pubblicato sulle pagine dell’agenzia di stampa Dire.

 

La figlia “storta”, quella che si era messa in testa di ribellarsi alle regole e al patto della criminalità organizzata, arrivando a pensare di frequentare un carabiniere nonostante la sua convivenza con un cosiddetto “picciotto”. La storia che arriva da Bagheria, dove il boss Pino Scaduto ha intimato al figlio di uccidere la sorella per cancellare quella che l’uomo riteneva un’onta va oltre la storia di mafia.

È la tragedia di un figlicidio dove il legame di sangue ha meno valore del legame di mafia. Inoltre è un femminicidio perché, ancora una volta, la vittima di una storia di violenza familiare è una donna. Ma non una compagna, una moglie, una fidanzata, bensì una figlia. Sono i legami familiari più inviolabili che vengono spezzati in nome di un presunto onore da rispettare.

“Questo regalo quando è il momento glielo farò”. Così scriveva il boss a un’altra delle sue figlie dal carcere. E in una seconda lettera era ancora più esplicito: “Glielo faccio ancora molto più bello questo regalo, tempo a tempo che tutto arriva”. Parole di odio e di vendetta che annientano la dimensione di padre e fanno assumere a questa storia caratteri disumani.

È una violenza non più umana quella dell’orrore di questo delitto ordinato da un padre, che pur di rispondere alle logiche della mafia è pronto a far uccidere la propria figlia. Eppure l’atrocità di questo questo progetto cruento si spinge ancora oltre. Il padre decide di affidare l’atto funesto al proprio figlio. Gli ordina di uccidere la sorella.

E quest’ultimo, come emerge da alcune intercettazioni, si ribella ma lo fa non per difendere la sorella, per un legame d’affetto con lei, ma solo perché non vuole rischiare con la giustizia: come a dire, io no, ma se sarà un altro a uccidere mia sorella non mi opporrò.

C’è un passaggio, in particolare, che fa riflettere sull’incapacità – che è anche non volontà – di quel figlio di fermare la volontà omicida del padre: “Io non lo faccio, il padre sei tu e lo fai tu”. Il figlio scarica la responsabilità sul padre, ma lo fa con una frase che rende anche lui complice di quel disegno, come anche lui è assoggettato alle regole della mafia che vengono ritenute più importanti di quelle familiari, più importanti del suo stesso legame di sangue con la sorella.

In questo intreccio da cui la donna ha cercato di fuggire sembrano assenti tutti gli altri familiari. Una totale indifferenza etica nei legami affettivi del gruppo familiare dove sono tutti asserviti alla logica violenta e omicida di un padre che risponde solo alla mafia.

È ora necessario indagare, in profondità, dentro le mura domestiche, non con la morbosità di un moderno Grande Fratello ma con la responsabilità di chi deve far emergere tutti gli elementi che hanno portato alla bestialità finale. Farlo equivale a risarcire la memoria di quella donna, ma servirà a tutte quelle donne che fanno parte di famiglie mafiose a trovare coraggio di denunciare, per mettere fine a una logica che di “onore” non ha proprio nulla.




Vanna Iori

Deputata del Partito Democratico | Componente della Commissione bicamerale per l’infanzia e l’adolescenza | Componente e segretaria della II commissione Giustizia della Camera | Componente della VII commissione Cultura, scienza e istruzione della Camera

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