Vanna Iori

Su Dire: “Il coraggio di educare i giovani nell’era del web”

Su Dire: “Il coraggio di educare i giovani nell’era del web”
08/08/2017 | Categorie: Dire, Educazione, Giovani, Media Press


Il mio articolo di oggi, martedì 8 agosto 2017, pubblicato sulle pagine dell’agenzia di stampa Dire.

 

Aggressività, violenza, offese, ma anche nuove amicizie e amori che nascono, sentimenti positivi. L’evoluzione repentina della Rete e del suo sottoinsieme più consistente, quello dei social network, evidenzia caratteristiche alternanti, a volte opposte, che ben rappresentano il carattere complesso dell’età giovanile, che con fatica e non senza contraddizioni prova a farsi largo tra l’infanzia e la vita adulta.

La realtà virtuale, quindi, si configura come specchio di quella reale, amplificandone i diversi aspetti e allo stesso tempo creando una seconda dimensione, dove i sentimenti giocano un ruolo importante, che oggi è sempre più necessario imparare a gestire e a declinare.

Difficile dare qualche risposta, senza la pretesa di essere esaustivi, ai tanti dubbi che oggi accompagnano l’educazione dei giovani nell’era del web, provando a carpirne le tendenze, sempre più in movimento.

Il coraggio di educare i giovani nell’era del web, infatti, presuppone il coraggio delle relazioni autentiche, qualità oggi sempre più rara e sempre meno diffusa in capo a tutte le agenzie educative che hanno a che fare con il mondo dei ragazzi e delle ragazze.

Coraggio, sì, perché di fronte all’aggressività che si alimenta sulla Rete, dove gli haters provano ogni giorno ad attivare e alimentare una spirale di odio e diffidenza, è necessario intervenire con fermezza. Fermezza che non equivale a una risposta carica di aggressività o alla proposizione autoritaria della modalità muro contro muro.

Al contrario, la fermezza educativa è capacità di riequilibrare assetti che sono saltati, che non sono più adattabili a una realtà mutante ed eterogenea come quella della vita in Rete e fuori. Le regole educative hanno cioè bisogno di riadattarsi, in alcuni casi di lasciare spazio a nuovi obiettivi, a nuove forme di educazione, dove un posto importante ricopre l’educazione ai sentimenti.

Un’ottica che non prende in considerazione il cambiamento, ma che si propone solo di adattarsi ad esso, è destinata di per sé al fallimento. Il patto educativo tra genitori e figli, con l’innesto degli altri motori e contesti dell’educazione, dalla scuola al mondo dello sport, alle parrocchie, ha bisogno oggi di un nuovo slancio.

Le nuove regole educative devono ripartire innanzitutto dal recupero di quella dimensione che conosce oggi una lunga stagione di crisi, quella del dialogo autentico. Dove trovare risposte per giovani sempre più assorbiti dalla realtà virtuale della Rete, che crea solitudini in cerca di forme di socializzazioni che si rivelano buchi neri?

Nei genitori sempre più incerti sulle modalità dell’aver cura educativo dei propri figli? Nella scuola, che non riesce a volte a dare il giusto orientamento nella vita fuori dalle aule? Nella parrocchia, che spesso può contare solo su risorse scarse? Sul mondo dello sport, dove i valori della competizione sana lasciano sempre più spazio alla logica della prestazione agonistica, magari falsata dalle sostanze anabolizzanti?

Concentrarsi sulle singole responsabilità non basta. Innanzitutto perché forme di disagio e di devianza sono sempre esistiti. Oggi sono accentuati e in questo trend la tecnologia gioca purtroppo un ruolo di amplificazione enorme rispetto al passato, ma è altrettanto evidente che dare vita a una demonizzazione del web, non focalizzandosi sulle cause del disagio giovanile, è inutile.

Quello che va rinforzato oggi è il collante che unisce l’azione delle diverse agenzie educative dove – è bene risottolinearlo – al centro va sempre posto l’interesse supremo dei giovani.

In una società che tende sempre di più a una visione parcellizzata, dove i social network hanno creato realtà individuali in conflitto tra di loro, la creazione di un nuovo patto educativo tra le agenzie educative può e deve essere la via prioritaria.

Questa considerazione, tuttavia, non può che passare da una messa in discussione anche dei metodi tradizionali dell’educare. Perché se l’educazione è tale, lo è perché è capace di plasmarsi intorno alle caratteristiche dei suoi destinatari di oggi.

Ecco che prende vigore la necessità di dare nuova vita all’educare. In una realtà così multiforme, variegata e contraddittoria, come cogliere la complessità della vita emotiva? Come ascoltare la voce di questa “generazione senza voce”?

E come trovare il significato autentico dei sentimenti di ragazzi e ragazze rappresentati dai media sempre spavaldi, sorridenti, belli, quando insicurezza e nichilismo insidiano invece la reale situazione emotiva di tanti di loro, pervasi di vuoto esistenziale, di infelicità, di rabbia che sfocia in comportamenti aggressivi e violenti?

Quali vissuti portano all’aumento nell’uso di alcol e sostanze, alle gare di velocità, alle violenze negli stadi, ai suicidi? L’aver cura e la consapevolezza emotiva sono strumenti imprescindibili per orientare le giovani generazioni a scelte responsabili, per fornire loro i giusti strumenti per aprire orizzonti di futuri.




Vanna Iori

Deputata del Partito Democratico | Componente della Commissione bicamerale per l’infanzia e l’adolescenza | Componente e segretaria della II commissione Giustizia della Camera | Componente della VII commissione Cultura, scienza e istruzione della Camera

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