Vanna Iori

Su Dire “Educare alla morte per educare alla vita”

Su Dire “Educare alla morte per educare alla vita”
04/02/2017 | Categorie: Dire, Educazione, Media Press


Il mio articolo di oggi, giovedì 2 febbraio 2017, pubblicato sulle pagine dell’agenzia di stampa Dire.

 

Il tema delicato e controverso del “fine vita” sarà dibattuto in aula, alla Camera, nei prossimi giorni. Senza entrare qui nel merito della legge, è opportuno sottolineare che parlare della morte, non solo di quella medicalizzata di cui tratta la legge, è difficile. Trovare una prospettiva vera, intelligente, discreta, solidale, non banale, non spettacolare è davvero impresa controcorrente, nel contesto culturale oggi dominante.

Come si guarda oggi alla realtà del morire? E come si potrebbe guardare alla morte in modo più autentico? Gli atteggiamenti più diffusi si sviluppano tra i due poli inautentici di paura e fuga, da un lato, o di ricerca della spiegazione causalistica e scientifica, dall’altro.

Entrambi allontanano dalla consapevolezza umana del “limite” e ostacolano quella “educazione alla morte” che è indispensabile per un’autentica “educazione alla vita”. Si mette in campo un atteggiamento che si traduce nei molteplici riti individuali e collettivi (il tabù del cadavere, gli scongiuri, le stesse cerimonie funebri) che esprimono questa fuga inautentica davanti alla morte, o meglio, davanti alla sua oggettivazione (cioè al decesso) esorcizzandola, coprendola, allontanandola dalla nostra vita.

La frettolosità che domina il nostro tempo ha reso dominante un atteggiamento di fuga dalla morte. Anche la sua spettacolarizzazione, che entra nelle nostre case attraverso le immagini cruente, suscita curiosità pur lasciandoci indifferenti nelle nostre vite, perché viene presentata come un fatto che riguarda “altri” e non ci tocca, pur davanti alle immagini che scorrono sotto i nostri occhi, dentro lo schermo, tra una pubblicità e l’altra, consentendoci comunque la possibilità di cambiare canale.

Questa morte occultata o spettacolarizzata è sempre una morte “non detta”, che non ci dà tempo di pensare veramente a questa realtà che fa parte ineluttabilmente della nostra vita. Per questo se ne parla nei modi della paura, dell’orrore, del cinismo, del pettegolezzo (e comunque mai della pietà) che non ci mettono mai in contatto autentico con noi stessi di fronte all’interrogativo autentico sul perché della morte nell’esistenza umana. È questo un perché lasciato senza risposta dal parlare della morte nella dimensione quotidiana e inautentica.

E così pure quando si guarda alla morte in base alle spiegazioni “razionali” di chi la spiega come un fatto naturale, dovuto a precise cause patologiche cliniche, dai nomi asettici e inappellabili come “arresto cardiocircolatorio”. Ma la spiegazione scientifica non placa l’arcaico interrogativo del perché morire, non può rispondere in maniera esauriente.

Le nostre domande scomode e irrisolte sono ancora lì, al perché primitivo. Come mettono in rilievo gli studi di Lévy-Bruhl, il primitivo non si appaga infatti di risposte inautentiche del tipo “causa di morte” o “ragioni del decesso”, non si ferma alla causa secondaria, al come si muore, egli va sempre al perché del morire.

L’esigenza di indagare il perché ultimo è un interrogativo che la scienza respinge da sé, perché non le appartiene; le sue risposte riguardano la causa del decesso, spiegano quando un corpo-macchina ha cessato di funzionare e quali organi hanno cessato di “lavorare” correttamente, ma gli esseri umani continuano a cercare una causalità le cui risposte riguardano l’esistenza. E su queste la scienza oggettiva sorvola perché non ha risposte.

Occorre acquisire consapevolezza del nostro limite. Trovarci davanti al nostro limite significa assumere come componente fondamentale della nostra esistenza la morte, già presente in noi nella sua ineluttabilità, e accettare il nostro destino di finitudine. Perciò la libera accettazione della vita è anche accettazione del suo estremo poter-essere, la morte.

Da questa accettazione del nostro essere per la morte può venire un atteggiamento di “accompagnamento” al morire che non sia di occultamento o di spiegazione, ma di libertà. Può apparire un paradosso, quello posto da Heidegger, ma la libertà più profonda nella vita è allora la libertà per la morte.

Nel nostro essere liberi per la morte decidiamo di assumere liberamente la presenza della morte come elemento costitutivo della vita, trasformando la morte in vita e superando la paura del “si” impersonale (“si muore”) che domi­na invece la dimensione inau­tentica della vita.




Vanna Iori

Deputata del Partito Democratico | Componente della Commissione bicamerale per l’infanzia e l’adolescenza | Componente e segretaria della II commissione Giustizia della Camera | Componente della VII commissione Cultura, scienza e istruzione della Camera

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