Vanna Iori

Sull’agenzia di stampa Dire: “Lavoro sociale e sanitario, come prevenire il burnout”

Sull’agenzia di stampa Dire: “Lavoro sociale e sanitario, come prevenire il burnout”
19/10/2016 | Categorie: Dire, Educazione, Media Press, Sanità, Sociale


Il mio articolo di oggi, mercoledì 19 ottobre 2016, pubblicato sulle pagine dell’agenzia di stampa Dire.

 

Un carico eccessivo di lavoro, la prolungata permanenza a contatto con situazioni di disagio esistenziale, malattie, disabilità fisica e mentale, può a volte superare la soglia della capacità degli operatori di far fronte alle difficoltà emotive nel coinvolgimento e sfociare nel burnout.

Dal gestibile all’ingestibile. Dall’autoconsapevolezza alla sindrome. I soggetti più a rischio sono sicuramente gli operatori sanitari, sociali ed educativi. Dalla salute ai servizi educativi, dalle tossicodipendenze alle disabilità, dal sistema penitenziario all’immigrazione, per passare, non ultimo, ai lutti: sono loro a dover cercare di individuare, quotidianamente, un delicato equilibrio per non farsi travolgere dalla dimensione emotiva che è insita nel proprio lavoro.

È proprio il reiterato e coinvolgente contatto con la sofferenza, il prolungarsi della tensione emotiva professionale anche nella dimensione personale, dall’incerto confine tra lavoro e vita privata, tra fragilità proprie e rispecchiamento nelle fragilità degli altri. Che sono pazienti, utenti, clienti, ma sempre persone.

Le cause che sono alla base del burnout non sono i sentimenti, positivi o negativi che essi siano, bensì l’impossibilità di elaborarli e la mancanza, nelle strutture lavorative, di spazi e tempi che permettano agli operatori l’espressione dei vissuti e dei significati legati all’assunzione quotidiana di una parte di sofferenza dei soggetti con cui entrano in relazione.

La censura dell’emotività deriva da un modello di professionalità neutra e impersonale, ereditato e interiorizzato dagli operatori e che determina il funzionamento dell’équipe. I comportamenti degli operatori vengono razionalizzati dal discorso professionale e “progettati” per andare a convergere sulla “finalità di cura”, sugli obiettivi del servizio e sugli obiettivi individuali dei singoli utenti.

Pensare di eliminare o di sopprimere i sentimenti è però sbagliato. La negazione o rimozione non ammette spazio ai sentimenti, non dà voce alle emozioni, non attribuisce significato a una parte importante dei compiti professionali. Può essere molto pericoloso, per il lavoro di cura, essere investiti da sentimenti soffocati o ignorati o mal governati, piuttosto che assumerne consapevolezza e utilizzarli come elementi costitutivi della professionalità stessa.

Non riconoscerli e non nominarli può far credere di tenerli sotto controllo, ma porta certamente a manifestarli in forme non sempre corrette o compatibili con le funzioni professionali e, soprattutto, con le proprie risorse emotive.

Il rischio di un analfabetismo emozionale, negato o rimosso con più o meno arroganza, impone i suoi limiti e le sue gravi insufficienze proprio in quei contesti in cui sarebbe necessario comprendere le emozioni dell’altro e saper esprimere le proprie, per non restare paralizzati da incomprensibili problemi di comunicazione.

Servono occasioni iniziali e permanenti di educazione ai sentimenti per prendere confidenza con le emozioni che il proprio lavoro comporta e quindi imparare a stare meglio emotivamente, dato che in buona misura la “salute” dell’organizzazione di un servizio dipende, circolarmente, dalla salute dei suoi operatori.

Gli anticorpi per non cadere nel burnout ci sono. E vanno attivati prima che sia troppo tardi.




Flavio Maiocco

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