Vanna Iori

Sull’agenzia di stampa Dire: “Prendersi cura di sé per prendersi cura degli altri”

Sull’agenzia di stampa Dire: “Prendersi cura di sé per prendersi cura degli altri”
07/10/2016 | Categorie: Dire, Media Press, Sanità


Il mio articolo di oggi, venerdì 7 ottobre 2016, pubblicato sulle pagine dell’agenzia di stampa Dire.

 

Ai parenti che lo accudivano da più di 50 ore, su un letto di un ospedale romano che non ha trovato spazio in un reparto né tantomeno in una semplice stanza, qualcuno ha detto che erano stati fortunati.

Fortunati ad avere un paravento, che solitamente serve per le visite e che invece è diventato, insieme a un maglione attaccato al muro con lo scotch, l’unica barriera protettiva tra la dignità di vivere gli ultimi istanti della propria vita con dignità e il mondo circostante, fatto di pazienti sdraiati sui lettini accanto, di parenti, di infermieri e medici.

A pronunciare quella frase è stato un operatore sanitario. Una frase che è la spia di un tema, più grande e complesso, che riguarda tutti coloro che si prendono cura dell’altro, e non solo dal punto di vista medico: abitare la distanza.

Il tema della distanza non può essere eluso nei contesti professionali della cura, perché interroga la relazione con se stessi e con gli altri, richiamando l’esigenza di riconoscere i propri e i vissuti degli altri.

In ogni relazione occorre trovare (e mantenere) quella “giusta distanza” o “giusta vicinanza”, continuamente da definire, tra la fuga nell’indifferenza e nell’impersonalità (che antepone all’incontro con l’altro gli strumenti della tecnica) e l’eccesso di coinvolgimento (invischiante e doloroso).

Saper stare in equilibrio tra l’eccesso di vicinanza e l’eccesso di lontananza è una competenza professionale e umana che non si improvvisa, perché non è facile “misurare” la distanza. Nelle situazioni di disagio, quando la difficoltà emotiva ci chiama in causa e ci mette in gioco, la risposta più diffusa, per non esserne schiacciati, è quella di fuggire cercando di prendere le distanze da i problemi che sono fonte di sofferenza.

I meccanismi di difesa verso i fattori stressanti, interni o esterni, sono adottati sotto svariate forme che, nella sostanza, esprimono un identico bisogno di proteggersi dal timore di farsi coinvolgere/travolgere. Il bisogno di “tutelarsi” dal coinvolgimento eccessivo e di aspirare a relazioni professionali “al riparo dallo stress” attraverso “un rapporto più distaccato” è molto diffuso.

Erigere barriere difensive è una strategia frequente, anche se rappresenta una sorta di tradimento della professionalità. La questione fondamentale è riconoscerle e interrogarsi su quali di esse siano necessarie, come legittimi strumenti per preservare la propria incolumità emotiva, e quali siano invece il risultato della cosiddetta “sindrome del buon samaritano deluso”, dovute a sfiducia e chiusura in se stessi o del burnout dovuto spesso a eccessivo dispendio di energie emotive.

Per trovare la “misura”, nell’avvicinarsi, bisogna saper rimanere in quella zona di passaggio che consente l’entrare e l’uscire delle relazioni. Il sapere che nasce da queste consapevolezze evidenzia la “bidirezionalità” di un’attenzione alla vita emotiva: dalla cura dell’altro alla cura di sé (e ritorno).




Vanna Iori

Deputata del Partito Democratico | Componente della Commissione bicamerale per l'infanzia e l'adolescenza | Componente e segretaria della II commissione Giustizia della Camera | Componente della VII commissione Cultura, scienza e istruzione della Camera

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