Vanna Iori

Sull’agenzia Dire: “Welfare, il sapere dell’esperienza dà senso al lavoro di cura”

Sull’agenzia Dire: “Welfare, il sapere dell’esperienza dà senso al lavoro di cura”
07/04/2016 | Categorie: Dire, Media Press, Welfare


Il mio articolo di oggi, venerdì 7 aprile 2016, pubblicato sulle pagine dell’agenzia di stampa Dire.

 

Durante la costruzione della cattedrale di Chartres a tre spaccapietre che stavano lavorando venne rivolta la medesima domanda: “Che cosa stai facendo?”. Il primo rispose seccato, senza neppure sollevare la testa: “Lo vedi, sto spaccando le pietre”; il secondo spiegò: “Mi guadagno da vivere, spacco le pietre per mantenere la mia famiglia”; il terzo lavoratore, fermandosi un attimo, rispose “Sono uno spaccapietre e sto costruendo una cattedrale”.

Questo aneddoto rappresenta bene i vissuti dell’esperienza lavorativa. Sentire di appartenere alla costruzione della grande cattedrale del welfare o vivere il lavoro di cura come una faticosa necessità circoscritta all’immediatezza esecutiva non esprime solo il significato attribuito al proprio lavoro, ma riguarda anche il clima dell’organizzazione e la qualità dei servizi. I vissuti esperienziali sono decisivi per trovare il senso nel lavoro di cura, ed è proprio la percezione del senso che genera benessere per il singolo lavoratore e per l’organizzazione, determinando la qualità delle risposte che questa è in grado di fornire.

Quando si parla di competenze si fa in genere riferimento ai saperi appresi nei contesti accademici o scolastici, ma c’è un grande sapere che nasce dall’esperienza e che non sempre è adeguatamente valorizzato. Quel sapere “di prima mano” che nasce dall’esperienza è una competenza professionale di cui gli operatori sono portatori, è la ricchezza della loro esperienza umana e professionale, fatta anche di fragilità, limiti, stanchezza che induce a rifugiarsi nella routine, rischiando di perdere di vista il senso sempre nuovo dell’incontro con le diverse forme di criticità sociale e umana.

L’identità professionale non può essere affidata solo alla capacità di fare, di riuscire, di produrre risultati, ma anche a quella di saper attendere, nella consapevolezza dei limiti; significa lasciarsi interpellare dai bisogni vecchi e nuovi, materiali e immateriali, stando anche nei luoghi degli ultimi, dalle frontiere delle povertà silenziose, dove risulta insufficiente e inadeguato il pensiero calcolante, rivolto unicamente al produrre, al computare e al misurare, che perde di vista il valore della quotidianità e la capacità di cogliere tutto ciò che esula dal calcolo e non “produce” merci ma relazioni.

Il coraggio di non smarrire, rimuovere o addirittura censurare questi aspetti rende gli operatori capaci di ascoltare e ascoltarsi, riproponendo le domande sull’identità, sul percorso, sul fine, sul proprio ruolo e sul proprio lavoro. Anche perché senza un rapporto consapevole e autentico con se stessi diventa faticoso riconoscere il problema dell’altro.

Se il prevalere della tecnica induce a non farsi più domande, a sedare la domanda di senso, in una sorta di onnipotenza delle proprie capacità, si rischia di creare una macchina dei servizi che funziona come una “rete di adempimenti” e risposte standardizzate che si inceppa nella frustrazione, producendo burnout.  Quando gli ingranaggi dell’organizzazione non combaciano con il nodo dell’esigenza di senso, si perde il sapere dell’esperienza che è indispensabile per costruire il welfare.

Nell’attuale contesto socio-economico, caratterizzato da incertezza e precarietà, in cui si sono sgretolate antiche sicurezze e sono venuti meno molti fattori di protezione sociale, aumenta anche la vulnerabilità degli stessi operatori. Assistenti sociali, educatori, operatori della sanità, psicologi, volontari, pur affaticati e non sempre adeguatamente sostenuti, sono avamposti attivi di una situazione in rapido e continuo cambiamento e possono essere “operatori riflessivi” generatori di competenze professionali, a condizione che il sapere latente, sedimentato nella loro esperienza, riesca a trovare i luoghi e i modi per esprimersi ed essere condiviso.

Il coraggio di non smarrire, rimuovere o addirittura censurare questi aspetti esperienziali rende gli operatori capaci di ascoltare e ascoltarsi, riproponendo le domande sull’identità, sul percorso, sul fine, sul proprio ruolo e sul proprio lavoro. Senza un rapporto consapevole e autentico con se stessi diventa faticoso riconoscere il problema dell’altro.

Se il prevalere della tecnica induce a non farsi più domande, a sedare la domanda di senso, in una sorta di onnipotenza delle proprie capacità, si rischia di creare una macchina dei servizi che funziona come una “rete di adempimenti” e si inceppa quando la cultura dell’aver cura non combacia con gli ingranaggi dell’organizzazione. Il sapere dell’esperienza è un patrimonio che deve costituire una colonna portante della cattedrale del welfare.




Flavio Maiocco

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