Vanna Iori

La mia mozione contro il fenomeno della violenza assistita in famiglia

La mia mozione contro il fenomeno della violenza assistita in famiglia


Il 25 febbraio del 2015 ho presentato la mozione Iori 1-00743 contro il fenomeno della violenza assistita in famiglia.

 

 

La Camera,
premesso che:

tutte le donne e tutti i bambini hanno diritto di vivere in un ambiente domestico che sia sano, sicuro e privo di violenza;
nonostante l’evoluzione della legislazione in materia di prevenzione e contrasto alla violenza di genere, attuata negli ultimi anni, ad oggi l’Italia è ancora molto lontana dall’obiettivo di tutelare adeguatamente le donne dalla violenza domestica e, di conseguenza, i loro figli dalla violenza assistita intrafamiliare;
si può ascrivere a violenza domestica ogni tipo di maltrattamento fisico, psichico economico o sessuale che avviene all’interno delle relazioni di coppia, commessa prevalentemente dall’uomo nei confronti della donna, attraverso varie forme, spesso diversamente combinate ed associate fra loro, che coinvolgono madre e minori;
conseguenza diretta, e spesso inevitabile della violenza di coppia è la violenza assistita, ossia quella subdola forma di maltrattamento, definita per la prima volta in Italia da CISMAI nel 2003, che si verifica ogni qualvolta il minorenne assista ad atti di aggressività, abuso e violenza su altri membri della famiglia, su persone a lui legate affettivamente, o su figure di riferimento e affettivamente significative;
indipendentemente dal fatto che il minore abbia un’esperienza diretta della violenza, perché consumata in sua presenza, oppure indiretta (quando il minorenne, pur non assistendo alle scene di violenza, ne è messo al corrente o ne percepisce gli effetti negativi), tale forma di abuso costituisce un evento traumatico destinato a produrre rilevanti effetti sullo sviluppo del bambino, favorendo inoltre l’insorgenza di psicopatologie, sia a breve che a lungo termine. Già nell’immediato il bambino o l’adolescente manifestano disagio, depressione, isolamento e svalutazione di sé, tutti segnali che spesso sono non riconosciuti o trascurati. L’esposizione a situazioni di violenza genera poi nel minorenne un senso di colpa per la situazione in cui si sente impotente ed incapace di intervenire. Il messaggio distorto che viene appreso dai minorenni è che l’abuso è una normale modalità di relazione nella coppia. Ciò nel lungo periodo aumenta il rischio della riproducibilità, ossia la tendenza a sviluppare comportamenti violenti in età adulta, assumendo la violenza come legittimo strumento relazionale. Questo spiega perché i minorenni che assistono alla violenza diventano da vittime abusate nell’infanzia, degli adulti abusanti;
il fenomeno, per quanto molto diffuso e inevitabilmente presente in ogni ambiente domestico violento, è sottostimato e difficilmente quantificabile, in quanto, ad oggi, nessuno si è fatto carico di uno specifico studio e non esiste una raccolta dati sistematica e scientifica. Gli unici dati di tipo quantitativo sui minorenni vittime di violenza assistita si ricavano dunque indirettamente dalle ricerche esistenti sulla violenza contro le donne o sui maltrattamenti generici nei confronti dei minorenni;
nel 2011 Save The children, nell’abito del progetto Dhapne finanziato dalla Commissione europea, stimava in Italia oltre 400.000 minori vittime di violenza assistita, evidenziando altresì la povertà di dati rilevati e resi noti sul fenomeno nel nostro Paese a livello centrale e locale;
CISMAI, nel VI Congresso «Stati generali 2013 sul maltrattamento all’infanzia in Italia» denunciava la presenza di ben 100.000 bambini a carico dei servizi sociali per maltrattamenti, evidenziando che, secondo le stime prudenziali dell’OMS Europa, i casi reali sono almeno nove volte maggiori di quelli segnalati;
la gravità della situazione ha determinato un intervento nel gennaio 2010 del Consiglio d’Europa, il quale ha emanato la raccomandazione n. 1905 e la risoluzione n. 1714) e una risposta circostanziata del Comitato dei ministri nel gennaio 2011. In tali documenti si nota una progressiva presa di consapevolezza della gravità del fenomeno e vengono stabilite alcune questioni essenziali come il fatto che «per un minore assistere alla violenza contro la propria madre è sempre una forma di abuso psicologico dalle conseguenze particolarmente drammatiche» e che gli stati membri debbano promuovere «la ricerca sugli approcci innovativi e le metodologie di lavoro in merito al lavoro con i minori vittime di violenza assistita» nonché lavorare «per la sensibilizzazione sulla condizione dei minori vittime di violenza assistita e prenderla in considerazione nell’ambito della legislazione nazionale e delle politiche in un approccio interdisciplinare di gender mainstreaming, per la protezione dei minori innanzitutto, la punizione dei reati di violenza domestica o la previsione di risarcimenti finanziari per i testimoni come vittime di conseguenze psicologiche» e «rafforzare una speciale considerazione dei minori vittime di violenza assistita nelle procedure legali e amministrative»;
i documenti citati hanno determinato l’inserimento del tema dei bambini vittime di violenza assistita nella «Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica». In tale scritto assume particolare rilievo l’articolo 26, il quale prevede l’obbligo per le Parti di adottare «le misure legislative, e di ogni altro tipo, necessarie per garantire che siano debitamente presi in considerazione, nell’ambito dei servizi di protezione e di supporto alle vittime, i diritti e i bisogni dei minori testimoni di ogni forma di violenza…». Il medesimo articolo precisa poi che le misure adottate «comprendono le consulenze psico-sociali adatte all’età dei minori testimoni di ogni forma di violenza»;
è indubbio che, in Italia, progressi nel contrasto al fenomeno sono conseguiti alla ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa, fatta ad Istanbul l’11 maggio 2011 e alla successiva realizzazione della legge n. 119 del 15 ottobre 2013, di conversione del decreto-legge sul «femminicidio» con la quale il legislatore ha istituito incisivi strumenti di contrasto e repressione dei fenomeni di violenza domestica, fra i quali l’aggravante generica per il reato doloso contro la vita, l’incolumità individuale, la libertà personale o il maltrattamento in famiglia commesso in presenza del minore di anni 18 o in suo danno. Detta legge prevede inoltre l’elaborazione di un anno straordinario contro la violenza sessuale e di genere, per il quale è stata realizzata fra il 10 dicembre 2014 e il 10 gennaio 2015 una consultazione pubblica;
ad oggi, nell’ordinamento giuridico italiano non esiste però una fattispecie autonoma di reato rispetto al fenomeno della violenza assistita. È necessario ed improcrastinabile che le istituzioni e i tribunali prendano piena coscienza del fenomeno, affermando l’esistenza e la gravità del danno subito dai bambini spettatori di aggressioni fisiche e molestie, riconoscendo la necessità di piena tutela e di un supporto sociale globale;
il comportamento del maltrattante stravolge la vita della madre limitandone la libertà e l’autorevolezza, modificando il modo in cui la stessa accudisce i figli e si rapporta con loro. Una madre maltrattata è una madre ferita e spesso l’esigenza di autoproteggersi e la necessità di sopravvivere non le permette di ascoltare i segnali di sofferenza dei bambini. La percezione da parte delle donne del danno prodotto dalla violenza assistita sui bambini avviene solo con il tempo e dopo un percorso riabilitativo;
l’educazione, l’informazione e il sostegno alla genitorialità assumono un ruolo determinante, sia nella fase preventiva che in quella successiva di uscita dalla violenza, di recupero e di elaborazione del trauma subito. È dunque indispensabile rafforzare i sistemi di prevenzione della violenza di genere, per tutelare le donne e i loro bambini;
ciò deve essere attuato sia tramite l’informazione e la sensibilizzazione della collettività, sfruttando l’enorme potere comunicativo di cui dispongono i media, sia tramite percorsi preventivi e di educazione alla genitorialità connessi ai percorsi nascita, al fine di coinvolgere il maggior numero possibile di donne-madri. La precoce rilevazione del pericolo di violenza è per la donna stessa e per i suoi figli la miglior forma di tutela. È importante dunque che la donna/madre sia ben conscia dei suoi diritti e sappia distinguere le situazioni conflittuali (senza comunque negare i danni che queste possono provocare a bambine e bambini) dal maltrattamento vero e proprio ed evitare letture minimizzanti di comportamenti violenti, anche gravi e reiterati. A tal fine, la presenza capillare sul territorio di luoghi di ascolto e sostegno, può essere determinante nel fornire in tempi brevissimi informazioni e supporto a chi sta vivendo il dramma della violenza domestica;
l’attività preventiva deve essere poi rafforzata con il coinvolgimento delle figure chiave nell’attività normativa ed educativa dei minorenni. Il personale con ruoli educativi, scolastico e non, rapportandosi con i genitori e con i bambini, deve essere consapevole delle conseguenze che la violenza domestica comporta in danno a questi ultimi,

impegna il Governo:

a riconoscere pienamente e ad assumere iniziative per definire una specifica normativa per il danno subito dai bambini spettatori di aggressioni fisiche e molestie, nonché la conseguente necessità di piena tutela e di un supporto sociale globale, attribuendo autonoma rilevanza giuridica alla violenza assistita, conformemente a quanto già previsto dal Consiglio d’Europa;
a predisporre, nel minor tempo possibile, il «Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere» previsto dalla legge n. 119 del 15 ottobre 2013 che in linea con la citata legge preveda:
a) misure volte alla prevenzione del fenomeno tramite la sensibilizzazione pubblica e la formazione delle professionalità a contatto con i minorenni, anche al fine di poter rilevare e segnalare precocemente il problema;
b) l’istituzione di programmi educativi alla genitorialità inseriti in tutti i percorsi nascita, al fine di formare la madre e la coppia sul danno che la violenza domestica provoca ai figli;
c) la diffusione sul territorio di luoghi di ascolto e d’indirizzo sulla violenza di genere e assistita, in coordinamento con i servizi socio-educativi presenti sul territorio;
d) il potenziamento delle forme di assistenza alle donne vittime di violenza domestica e ai loro bambini, garantendo una presenza di personale qualificato per affrontare l’emergenza, nonché di educatori, pedagogisti e psicologi al fine di predisporre programmi per le madri e i loro figli per l’elaborazione del trauma e il sostegno alla genitorialità;
e) la celere realizzazione di una prima raccolta dati sul fenomeno della violenza assistita e servizi antiviolenza per madri e figli presenti sul territorio.




Vanna Iori

Deputata del Partito Democratico | Componente della Commissione bicamerale per l'infanzia e l'adolescenza | Componente e segretaria della II commissione Giustizia della Camera | Componente della VII commissione Cultura, scienza e istruzione della Camera

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *